Una carriera cominciata sui banchi del liceo e cresciuta al Derby Club di Milano, il tempio del cabaret. Poi la televisione di Non Stop, i teatri pieni, la musica che diventa colonna sonora generazionale, fino al presente: Franco Oppini torna con un libro “pieno di storie”, già presentato con successo, dove i Gatti di Vicolo Miracoli, Gerry Calà, Umberto Smaila e Nini Salerno sono il cuore pulsante e attorno girano amici, maestri, trovate, imprevisti.
In mezzo, quell’ironia che gli consente di scegliere con disinvoltura: «o mi dai del tu o del coloro». Pronti? Azione.
Franco, partiamo dal libro: “Chiedile chi erano i Gatti di Vicolo Miracoli”, conversazione poco seria con Paolo Silvestrini, perché adesso, e cosa ci troveremo dentro?
“L’ho scritto perché certi ricordi chiedevano voce. Dentro c’è la storia dei Gatti, la nostra educazione sentimentale tra musica e cabaret. C’è la prefazione di Diego Abatantuono—ai tempi quasi “quinto gatto”, faceva il tecnico luci al Derby—una nota di Maurizio Costanzo e un passaggio di Carlo Verdone. Insomma, amici veri e pezzi di vita. E sì: il libro l’ho già presentato. Partire da Catania mi è sembrato naturale”.
“Gatti”, Derby, Non Stop: la miccia quando si è accesa davvero?
“Una sera al Teatro Lirico di Milano. Posti gremiti “fino al loggione”. Lì ho pensato: “Ok, non siamo più solo quattro amici al bar”. Poi c’è l’episodio che misura la popolarità: dopo le prime puntate di Non Stop, a Roma, entriamo in un supermercato per comprare caffè e zucchero; le cassiere mollano le casse per gli autografi. Il direttore ci caccia dall’uscita di sicurezza: «Andate via o qui escono tutti senza pagare!». E Gerry: «Siamo diventati famosi»”.
Musica: dai gospel in piazza Dante a Verona all’inno allo stadio. Verità o leggenda?
“Verità. “Verona Beat” è diventato coro da stadio. Noi nasciamo musicisti-comici: sketch e poi canzoni “serie”. “La leggenda della donna, inventata dall’uomo” finì tra i canti di un gruppo femminista. E in “Prova” parlavamo di moviola—oggi la chiamiamo VAR—e pensioni da fame: risate sì, ma con un perché”.
Il “tu” o il “coloro”: l’arte della confidenza.
“Dammi del tu, è più semplice. Con il coloro scendono i congiuntivi e si rischia la fantozzata. Il cabaret m’ha insegnato che l’ironia è una stretta di mano: se ci capiamo, la risata arriva prima”.
Dopo lo scioglimento dei Gatti: la rotta verso il teatro.
“Sono tornato alla mia casa: Shakespeare, Molière, Goldoni, commedie moderne, grottesco. In scena mi hanno accettato a 360 gradi. La tv? La faccio volentieri (quest’anno anche ospite da Caterina Balivo), ma il teatro è la bussola. Il Grande Fratello? Mi hanno chiamato tre volte, ma debuttavo in tournée: prima la parola data al pubblico”.
Amicizie e “mecenati”: com’è nato il rapporto con Costanzo?
“È venuto a casa nostra—un appartamento senza piatti, regola interna per evitare liti sul lavaggio—gli offrimmo l’acqua in tazza. Si divertì, ci stimò. Nel libro ha lasciato una nota che custodisco: parlava di velocità, intuito, comicità trascinante. Roba che ti responsabilizza”.
Catania nel cuore, e in famiglia.
“Ho sposato Ada Alberti, catanese. Prima di presentarlo a Milano, il libro l’ho voluto presentare qui alla Feltrinelli, con la direzione artistico di mio cognato, Baldo Alberti. E poi la Sicilia t’insegna a lasciar scorrere, a scegliere cosa tenere e io sono un “nordico pentito”.
Gerry anzi Calogero,Calà: un ricordo che sta in tasca.
“Oltre al supermercato assaltato, una volta a Catania andammo a trovare un suo parente professore: campanella, porte aperte, corridoio invaso dagli studenti, il bidello improvvisa una transenna con gli attaccapanni. Uscita di sicurezza anche lì. Affetto puro”.
Franco Oppini oggi è un attore “di pancia e di testa”: quando serve, canta; quando vuole, graffia. Il resto lo fa la memoria condivisa con chi—dai tempi del Derby—non ha smesso di giocare sul serio. Più tu che coloro, ovviamente.











