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Giuseppe Di Pasquale, il teatro come “destino”

2026-01-25 06:00

Elisa Petrillo

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Giuseppe Di Pasquale, il teatro come “destino”

Oggi viviamo scorrendo velocemente le informazioni sul telefono. Il teatro, invece, è un’arte umana, con un ritmo umano: chiede di fermarsi, di riflettere

C’è una generazione di uomini di teatro che non ha semplicemente “scelto” questo mestiere, ma lo ha riconosciuto come una vocazione. Giuseppe Di Pasquale appartiene a questa stirpe rara. Regista, drammaturgo, per oltre undici anni direttore del Teatro Stabile di Catania e oggi alla guida di Marche Teatro ad Ancona, è una delle figure che più hanno inciso sul teatro pubblico italiano degli ultimi decenni. 

 

Il suo nome è indissolubilmente legato a quello di Andrea Camilleri, maestro e compagno di viaggio artistico, con il quale ha condiviso un lungo sodalizio creativo culminato in numerose messe in scena. È tornato “a casa”, a Catania, alla Sala Verga, con Il birraio di Preston, nel centenario della nascita dello scrittore di Porto Empedocle. Un ritorno che ha il sapore della memoria, dell’eredità e, soprattutto, della responsabilità civile del teatro. Lo abbiamo incontrato per parlare di origini, maestri, senso del fare teatro e del messaggio che porta oggi al pubblico.

 

Maestro Di Pasquale, quando ha capito che il teatro sarebbe stata la sua strada? «Molto presto, direi tra i quindici e i sedici anni. Va però ricordato che allora era un’altra epoca: pensare al teatro come a un mestiere possibile non era un’utopia. Ricordo con precisione un momento: mi trovavo in uno studio televisivo a Milano e mi dissi che quello – il dietro le quinte, la macchina che si muove invisibile – era il mio mondo. Non ho mai fatto televisione, ma quello sguardo dietro il sipario mi ha catturato per sempre».

 

La sua prima regia? «È del 1987, quando ero ancora all’Accademia Silvio D’Amico di Roma. Lavorai con alcuni amici storici, tra cui Angelo Tosto. Fu una vera e propria prova di coraggio, ma anche l’inizio di un percorso che non si è mai interrotto».

 

Dopo diversi anni torna al Teatro Stabile di Catania con Il birraio di Preston. Che valore ha questo ritorno? «È un ritorno molto emozionante. Questo spettacolo nasce qui, alla Sala Verga, nel 1998-99: la prima assoluto mondiale è avvenuta proprio qui. A distanza di oltre ventisette anni, nell’anno del centenario di Andrea Camilleri, riportarlo a Catania ha un valore simbolico fortissimo. Il Teatro Stabile, per me, non è un semplice palcoscenico: è una casa, un luogo di appartenenza, una parte del mio cuore. L’ho diretto per undici anni, ho vissuto qui una stagione fondamentale della mia vita, artistica e personale. Una parte del mio cuore – anche se un po’ ferito – è rimasta tra queste mura».

 

Il suo rapporto con Camilleri è stato speciale. Come è nato? «È nato in Accademia. Camilleri era uno dei miei esaminatori e il mio insegnante di regia. Da lì il rapporto allievo-maestro si è trasformato in amicizia, sodalizio, in una vera e propria eredità teatrale. Insieme abbiamo realizzato numerosi spettacoli. Mi ha permesso di portare in scena molte sue opere: un dono enorme».

 

Che messaggio può dare oggi il teatro in generale e un testo come Il birraio di Preston alla luce anche del periodo storico che stiamo vivendo? «È un messaggio che parla all’umanità intera, ma che ai siciliani arriva con una forza particolare. Il birraio di Preston mette in scena un paradosso solo in apparenza grottesco: tutto nasce da una “piccola cosa”, da una soprano che stona durante una rappresentazione. Un dettaglio minimo, apparentemente insignificante, che innesca però una reazione a catena devastante: un teatro che brucia, due giovani amanti uccisi nell’incendio, un uomo ammazzato dalla polizia, un paese che precipita nel caos, nella violenza, nella rivolta. Sette morti, uno sconquasso enorme, per qualcosa che, in sé, non avrebbe mai dovuto generare una tragedia. Eppure quel dettaglio non è neutro: dietro c’è l’arroganza del potere, l’imposizione di un’opera che nessuno desidera, voluta da un prefetto lontano dalla sensibilità del territorio, un’autorità che pretende di decidere dall’alto cosa debba piacere, cosa debba essere accettato, cosa debba essere “cultura”. È in questa forzatura che si annida il vero detonatore del disastro. E qui il racconto di Camilleri smette di essere solo letteratura e diventa, ancora oggi, una metafora lucidissima del nostro presente. Guardando la Sicilia di oggi – ma potremmo dire l’Italia, l’Europa, il mondo – siamo costretti ad ammettere che spesso continuiamo a fare “di nulla una tragedia”, a trasformare contrasti minimi in conflitti insanabili, a complicare ciò che potrebbe essere semplice, a lasciare che la prepotenza del potere e la fragilità delle comunità producano fratture profonde. Il birraio di Preston ci parla proprio di questo: della sproporzione tra causa ed effetto, tra un torto percepito e una reazione collettiva che degenera, tra l’ingiustizia e la perdita di umanità. In questo senso il teatro, non è mai solo intrattenimento. È un luogo civico, educativo, politico nel senso più alto del termine. È, come ricordava Shakespeare, “lo specchio della natura”, cioè della realtà: non un pulpito che impartisce lezioni, ma uno spazio in cui possiamo guardarci, riconoscerci, talvolta perfino vergognarci di ciò che siamo diventati. Lo spettatore non riceve una morale imposta, ma viene invitato a riflettersi in quelle vicende, a dire “anche io mi sono trovato lì”, e magari a cambiare sguardo, comportamento, responsabilità».

 

Cosa spera che resti al pubblico, una volta uscito dal teatro, quando calerà il sipario? «Spero resti il desiderio di rallentare. Oggi viviamo scorrendo velocemente le informazioni sul telefono. Il teatro, invece, è un’arte umana, con un ritmo umano: chiede di fermarsi, di riflettere sorridendo. Il birraio di Preston fa ridere, ma invita anche a guardarsi allo specchio».

 

E i prossimi progetti? «Sono legati a Marche Teatro, che dirigo ad Ancona. Posso solo anticipare che lavoreremo su un grande testo della letteratura inglese e su un autore italiano tra i più lucidi del Novecento».

 

Il ritorno di Giuseppe Di Pasquale al Teatro Stabile di Catania non è soltanto una ripresa di repertorio: è un atto di memoria, di responsabilità e di fiducia nel valore civile del teatro. E il suo augurio allo Stabile resta il più prezioso: «Continuare a mantenere alta la stella della qualità». Perché è lì, in quella stella, che il teatro ritrova il suo senso più profondo».

 

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