All’ex Cine Teatro Metropolitan di Trecastagni il tempo non si è fermato: ha semplicemente cambiato scena. Le vecchie macchine da proiezione, le bobine e il palcoscenico conservano la memoria di oltre sessant’anni di spettacoli, incontri e serate vissute insieme, mentre i nuovi progetti raccontano la volontà di accompagnare questo luogo verso il futuro senza tradirne l’identità.
Il Metropolitan nasce dal sogno di Giovanni Sorbello, oggi 94enne, che da bambino, dopo non aver potuto acquistare il biglietto per entrare in un cinema di Catania, promise a sé stesso che un giorno ne avrebbe costruito uno tutto suo. Quel desiderio diventò una sfida imprenditoriale e culturale, affrontata attraverso sacrifici, ostacoli e persino un grave incidente durante i lavori.
Da allora il cinema ha accolto intere generazioni e artisti di rilievo nazionale. Oggi l’eredità di Giovanni Sorbello viene portata avanti dai figli, cresciuti tra la sala, il palcoscenico e la cabina di proiezione. Dopo la crisi che ha investito il settore cinematografico e la chiusura imposta dalla pandemia, la famiglia ha scelto di non abbandonare l’edificio e di farlo rinascere come spazio artistico polifunzionale.
Il passato, dunque, non diventa nostalgia, ma punto di partenza.
Accanto alla testimonianza del fondatore, il racconto del figlio Salvo Sorbello restituisce il valore di una continuità familiare che custodisce la memoria e, allo stesso tempo, costruisce nuove opportunità per la cultura.
Dottor Sorbello, questo luogo racchiude una parte importante della sua vita. Che cosa prova entrando ancora oggi nel Metropolitan? «Sono felice per quello che ho realizzato e sono sereno perché oggi ci sono i miei figli, che sanno che cosa fare. Abito proprio di fronte e posso vedere il cinema ogni giorno. Quando mi alzo al mattino e lo guardo, penso alle cose che ho costruito e questo mi rallegra».
Il desiderio di costruire un cinema nacque quando era ancora bambino. Che cosa accadde? «Una volta andai al cinema a Catania, ma non avevo i soldi per pagare il biglietto. In quell’occasione dissi che, da grande, avrei costruito un cinema tutto mio. Successivamente cominciai a visitare le sale non soltanto per vedere i film, ma per osservare come fossero realizzate. Studiavo ogni particolare perché volevo creare qualcosa di simile a Trecastagni».
Durante la costruzione rimase vittima di un incidente molto grave. «Caddi da una grande altezza mentre stavamo completando l’edificio e rimasi in coma per tre giorni. Secondo i medici, anche se fossi sopravvissuto, avrei potuto riportare conseguenze gravissime. Mi considero un miracolato. Ho sempre avuto una profonda fede in Dio e una grande devozione per i santi Alfio, Filadelfo e Cirino, che sento mi abbiano accompagnato nella vita, nel lavoro e nella famiglia».
Nonostante l’incidente, riuscì a portare a termine il progetto. Qual è il ricordo più emozionante ?«La prima serata, l'inaugurazione, fu una grande festa. Decidemmo di aprire gratuitamente e arrivarono persone da Trecastagni e dai paesi vicini. La sala disponeva di circa mille posti ed era completamente piena, con tanta gente anche in piedi. In quel periodo nel territorio mancava un cinema funzionante e l’apertura del Metropolitan rappresentò un avvenimento importante per tutta la comunità».
Inizialmente aveva pensato di realizzare un’arena all’aperto. Perché cambiò progetto? «Avevo già preparato la base in cemento e acquistato mille sedie di ferro. Poi pensai che un’arena avrebbe potuto funzionare soltanto durante l’estate e che, con l’arrivo dell’inverno, sarebbe diventata inutilizzabile. Decisi quindi di cambiare il progetto e di costruire una struttura coperta, capace di accogliere il pubblico durante tutto l’anno».
Molti artisti importanti hanno calcato il palcoscenico del Metropolitan. Quali ricorda?«Sono passati tantissimi protagonisti del teatro, del cinema e della musica: i Pooh, Marcella Bella, Iva Zanicchi, Turi Ferro, Franco Franchi, Ornella Vanoni e Riccardo Cocciante. Ognuno ha lasciato un ricordo particolare. Per Ornella Vanoni facemmo trovare un grande mazzo di fiori».
C’è un aneddoto al quale è particolarmente legato? «Ricordo Franco Franchi, un artista straordinario e indimenticabile. Al termine dello spettacolo salutò il pubblico con una delle sue battute. Sono episodi che appartengono alla storia di questo teatro e che ancora oggi mi fanno sorridere».
Che cosa rappresenta per lei sapere che oggi sono i suoi figli a portare avanti questa eredità? «Mi rende felice e sereno. I miei figli sono cresciuti qui, conoscono questo luogo e sanno come prendersene cura. Non è stato abbandonato e questo per me è molto importante. Quando Dio mi chiamerà, saprò di lasciare tutto nelle mani giuste. Questa storia non andrà perduta, perché ci sono loro a farla continuare e crescere».
Quale messaggio vuole rivolgere alle nuove generazioni?
«I teatri non devono chiudere. Bisogna mantenerli aperti e farli continuare a vivere, perché sono luoghi capaci di riunire le persone e regalare emozioni. Quando ci sono la volontà e le possibilità, la cultura deve essere protetta».
L’eredità raccolta dai figli
La storia del Metropolitan non si conclude con la stagione del grande cinema. L’eredità costruita da Giovanni Sorbello viene oggi portata avanti dai figli, che hanno scelto di custodirla e reinterpretarla alla luce delle nuove esigenze culturali.
Cresciuti all’interno di questo luogo, tra film, spettacoli e incontri con il pubblico, hanno deciso di impedire che la chiusura determinata dalla crisi del settore e dalla pandemia si trasformasse nella fine definitiva di una storia lunga oltre sessant’anni.
L’antica sala è diventata così uno spazio artistico polifunzionale: un contenitore dedicato alla musica, alla danza, alla prosa e alle diverse forme di spettacolo. A raccontare questa nuova fase è Salvo Sorbello, architetto e figlio del fondatore.
Salvo, oggi voi figli portate avanti l’eredità costruita da vostro padre. Perché avete deciso di proseguire il suo percorso? «Il cinema e il teatro rappresentano forme artistiche fondamentali. La crisi del settore, diventata ancora più pesante durante la pandemia, aveva portato alla chiusura del locale. A quel punto abbiamo dovuto reinventarci. Non volevamo che questo edificio perdesse la propria identità o diventasse uno spazio destinato a un’attività commerciale estranea alla sua storia. Abbiamo scelto di conservarne la vocazione culturale e trasformarlo in uno spazio artistico polifunzionale».
Qual è oggi la funzione del Metropolitan? «Vogliamo che possa accogliere tutte le forme dell’arte: il balletto, la prosa, la musica, le esibizioni delle band, il ballo e le iniziative promosse dalle associazioni. Molti gruppi hanno bisogno di uscire dai luoghi in cui provano per incontrare il pubblico e mostrare il proprio lavoro. Questo spazio può offrire loro una possibilità concreta».
All’interno avete conservato anche le vecchie macchine da proiezione. Perché?
«Sono tra le ultime macchine utilizzate dal cinema quando i film venivano proiettati attraverso le pellicole custodite nelle bobine. Non sono soltanto vecchie attrezzature, ma veri cimeli che appartengono alla storia e all’anima del Metropolitan. Conservarli significa mantenere vivo il legame con il passato, mentre continuiamo a progettare il futuro».
Qual è il ricordo più intenso della sua infanzia trascorsa qui? «Avevo otto anni quando il cinema venne inaugurato. Nel territorio non esistevano strutture simili e l’apertura fu una festa per tutta la comunità. Ricordo la sala pienissima e il primo film proiettato, “Il maggiolino tutto matto”. Durante la cerimonia tenni il nastro che sarebbe stato tagliato dal sindaco. È un’immagine ancora molto viva nella mia memoria e forse proprio da quel momento è nato il mio amore per questo luogo».
Che cosa significa trasformare l’eredità ricevuta da vostro padre in un progetto rivolto alle nuove generazioni? «Significa rispettare ciò che è stato costruito e, allo stesso tempo, permettergli di continuare a vivere. Non vogliamo limitarci a conservare un edificio: vogliamo mantenerne la funzione sociale e culturale. Il Metropolitan deve continuare a essere un luogo nel quale le persone possano incontrarsi, divertirsi ed emozionarsi».
Se dovesse utilizzare una sola parola per definire questo spazio, quale sceglierebbe? «Bellezza. Questa attività nasce per far divertire la gente, emozionarla e farla sentire unita. L’arte è bellezza e vogliamo che questo luogo continui a rappresentarla».
L’ex Cine Teatro Metropolitan non è soltanto un edificio sopravvissuto al cambiamento dei tempi. È la storia di un sogno diventato patrimonio familiare e collettivo, di un padre che lo ha costruito e di figli che hanno scelto di non disperderne l’eredità.
Le vecchie macchine da proiezione oggi custodiscono la memoria delle pellicole del passato, mentre sul palcoscenico si prepara una nuova stagione.
Cambiano i linguaggi e le forme dello spettacolo, ma resta intatta la missione originaria: accendere le luci, aprire le porte e continuare a regalare bellezza alla comunità.











