Per capire quanto sia fragile un ecosistema, basterebbe osservare un alveare. È lì, nel movimento incessante delle api, che si leggono i cambiamenti del clima, gli squilibri della natura, la salute di un territorio. Ma anche qualcosa di più profondo: il rapporto sempre più complicato tra l’uomo e il mondo che abita.
Da questa intuizione è partita “Ape Sapiens”, la giornata ospitata tra Orto Botanico e Monastero dei Benedettini di Catania, nata dalla collaborazione tra Università di Catania, ARAS e Officine Culturali. Un incontro che ha unito studiosi, apicoltori, ricercatori e divulgatori senza assumere i toni del classico convegno scientifico. Piuttosto, il tentativo di costruire una riflessione trasversale sulla natura, sul linguaggio e sulla necessità di ripensare il modo in cui gli esseri umani osservano ciò che li circonda.
Nel pomeriggio, negli spazi del Dipartimento di Scienze Umanistiche, le api sono diventate il punto di partenza per attraversare discipline diverse: ecologia, letteratura, antropologia, filosofia ambientale. Non soltanto un confronto sulla biodiversità, ma un dialogo continuo tra scienza e immaginario.
“Elaborare un incontro bioculturale”: così lo definisce Eliana Creazzo, docente di filologia romanza presso l’Università di Catania e tra le organizzatrici dell’evento. Un progetto nato dall’idea di mettere in relazione il sapere accademico con il territorio, intrecciando la ricerca con le pratiche quotidiane dell’apicoltura e con una riflessione più ampia sugli ecosistemi contemporanei.
Le api, in questo racconto collettivo, smettono di essere semplicemente impollinatori. Diventano indicatori silenziosi degli squilibri ambientali e, allo stesso tempo, metafora di comunità, interdipendenza e trasformazione.
“Abbiamo bisogno di riappropriarci della capacità di interpretare il mondo che ci sta attorno”, osserva Antonino Coco, presidente dell’Associazione Regionale Apicoltori Siciliani. Nel suo intervento l’alveare assume quasi una dimensione simbolica: un organismo vivo che parla continuamente di cicli, relazioni e adattamento.
Ed è proprio il tema dell’ascolto ad attraversare gran parte degli interventi. Ascoltare la natura, ma anche ricostruire un dialogo tra discipline che per molto tempo sono rimaste separate. Scienze ambientali e humanities, ricerca scientifica e sensibilità culturale.
Per Claudio Porrini, Ricercatore dell’Università di Bologna e studioso del rapporto tra api e ambiente, oggi la divulgazione non può limitarsi ai dati. “Per creare consapevolezza servono immagini, narrazioni, empatia”, spiega, sottolineando come il mondo delle api possa diventare uno strumento per riflettere persino sull’idea di armonia nelle società umane.
Lontano da ogni retorica ambientalista, “Ape Sapiens” ha funzionato soprattutto perché ha evitato il linguaggio tecnico e le formule istituzionali. Gli interventi si sono mossi continuamente tra esperienza personale, riflessione culturale e osservazione del reale.
Anche il racconto dell’arabista e docente di lingua e letteratura araba Giovanni Canova segue questa traiettoria. Ricordando gli apicoltori nomadi incontrati nello Yemen durante le sue spedizioni, descrive un sapere antico che sopravvive nei gesti e nelle parole. Persino dopo la scoperta scientifica della “regina” dell’alveare, molti continuano a chiamarla “padre”: un dettaglio linguistico che custodisce intere visioni del mondo.
Intorno, il Monastero dei Benedettini sembra amplificare il senso dell’iniziativa. Non semplicemente una giornata dedicata alle api, ma una riflessione sul presente e sulla difficoltà contemporanea di sentirsi parte di un equilibrio più grande.
Anche Officine Culturali insiste su questo aspetto, raccontando il lavoro svolto all’Orto Botanico e il valore dell’apiario didattico come esperienza di educazione ambientale e partecipazione collettiva.
Alla fine, il cuore dell’incontro resta forse tutto qui: nelle api osservate non soltanto come specie da proteggere, ma come possibilità di cambiare prospettiva. Guardare un alveare, in fondo, significa anche interrogarsi su ciò che gli esseri umani hanno smesso di vedere.











