Entrando in Scenario Pubblico non si ha la sensazione di varcare la soglia di un teatro nel senso più convenzionale. Lo spazio è raccolto, il pubblico è vicino, il corpo non è mai lontano. Non esiste distanza, e forse il punto è proprio questo: ritrovarsi in un luogo in cui la visione non è mai completamente separata da chi guarda.
È una percezione che arriva prima di qualsiasi spiegazione. E che dice già qualcosa su come, oggi, si possa produrre cultura contemporanea in una città come Catania.
Da oltre vent’anni, Scenario Pubblico lavora su questa linea. Non come semplice luogo di programmazione, ma come spazio che costruisce continuità: residenze, produzione, relazione con il territorio. Un lavoro quotidiano, poco spettacolare nella sua struttura, ma proprio per questo capace di incidere nel tempo. Non si tratta solo di portare spettacoli, ma di rendere possibile un linguaggio.
Nato nei primi anni Duemila come centro coreografico dedicato alla danza contemporanea, Scenario Pubblico è oggi uno dei pochi spazi in città in cui questo modo di esprimersi trova continuità in un lavoro ampio che riguarda la creazione artistica, la ricerca e la formazione.
“Scenario Pubblico non è un luogo dell’evento, forse è l’evento”, osserva Roberto Zappalà, coreografo e direttore artistico del centro. È una frase che sembra ribaltare una logica diffusa: quella per cui la cultura esiste soprattutto quando si concentra in un momento, in una data, in un cartellone. Qui, al contrario è ciò che resta, ciò che si costruisce nella durata.
Una scelta che nel tempo ha avuto conseguenze concrete, trasformandosi in un ecosistema: artisti che tornano, percorsi che si sviluppano, collaborazioni che si consolidano. Per cui il cambiamento più interessante non riguarda esclusivamente chi produce ma in primis chi guarda.
Non esiste un solo tipo di pubblico: accanto a chi frequenta abitualmente questi linguaggi, c’è chi arriva senza strumenti, senza abitudine. E proprio lì si apre uno spazio inatteso. Zappalà insiste su questo aspetto, dichiarando che: “sono spesso gli spettatori meno preparati, a restituire le reazioni più dirette, più esposte, meno filtrate”. Non cercano di decifrare, reagiscono e in quella reazione c’è qualcosa che sfugge alla mediazione, che rimette al centro l’esperienza.
È un passaggio sottile, ma decisivo perché sposta il senso della produzione culturale da qualcosa che si offre a qualcosa che accade.
In un contesto come quello catanese, questo tipo di lavoro implica un equilibrio continuo. Da una parte la necessità di mantenere una ricerca, di non semplificare i linguaggi; dall’altra quella di non chiudersi, di restare attraversabili. Non è un compromesso, ma una tensione che si rinnova ogni volta.
Il FIC festival attualmente in svolgimento nel catanese si inserisce dentro questa traiettoria. La settima edizione di Catania Contemporanea non è un punto di partenza, ma il risultato di un processo che negli anni ha provato a mettere in relazione soggetti diversi: istituzioni, spazi, pratiche. Un tentativo di uscire dalla frammentazione e costruire qualcosa che assomigli a un sistema.
“È stato Scenario Pubblico il motore”, spiega Zappalà. Ma il senso, oggi, è proprio nello spostamento: da un centro a una rete, da un’esperienza singola a una costruzione condivisa non ancora compiuta, non lineare, ma riconoscibile.
Resta una domanda, inevitabile: cosa significa essere contemporanei al giorno d’oggi?
“Contemporaneità vuol dire parlare dell’oggi, essere presenti”. È una definizione semplice, ma non neutra, perché implica una responsabilità: quella di non restare fuori dal proprio tempo, di non rifugiarsi in codici linguistici autoreferenziali, ma nemmeno di adattarsi completamente.
In questo movimento, la tradizione non scompare, al contrario, diventa un punto di confronto come materiale con cui misurarsi. È, quindi, nello scarto tra ciò che si eredita e ciò che si costruisce che il contemporaneo prende forma.
Guardato da vicino, il lavoro di Scenario Pubblico restituisce proprio un processo. Un modo di fare cultura che non si esaurisce nell’evento, che non coincide con la visibilità immediata, ma che insiste nel tempo, accumula, modifica lentamente il contesto.
A Catania, oggi, la contemporaneità si costruisce così, nella continuità, nella relazione, nella possibilità — ancora fragile, ma concreta — che qualcosa, restando, cambi.











