In una sala colma, il Teatro Stabile di Catania si è trasformato ancora una volta in un luogo di poesia, dove i versi prendono il sopravvento e guidano verso una nuova comprensione.
Davide Rondoni ha reso possibile tutto questo: ciò che colpisce immediatamente entrando nel vortice dei Sette canti contro lo scontento è l’assenza di soglia, pronti per catapultarsi in uno spazio senza tempo e ci si trova subito immersi nel cuore della poesia, senza un ordine prestabilito, con l’ultima poesia che può essere letta per prima e la prima per ultima, in uno spazio dove tutto è possibile. Ma già dal primo verso emerge subito la dichiarazione: una lotta contro lo scontento.
Lo scontento, infatti, non appare mai come un nemico semplice o univoco: è una presenza mutevole, multiforme, difficile da definire una volta per tutte. Una forza che seduce, corteggia, accompagna l’uomo in tutte le età. È insieme minaccia e attrazione, distruzione e fascino.
Per questo la lotta raccontata dal poeta non ha nulla di astratto o ideologico: è una lotta credibile, concreta, “umanissima”. Rondoni stesso racconta il suo punto di partenza: “in questi dieci anni mi ha attraversato la stessa cosa che mi ha attraversato negli ultimi cinque minuti andando a piedi per la strada e vedendo da un lato una malora degli edifici lasciati cadere… un po' l’idea che tutto vada a fanculo”. E aggiunge: “Nella vita devi decidere da cosa stare attento: vedi solo una cosa, la malora, o vedi anche quello che canticchia… con questo doppio sguardo, non censurare la malora che vedo intorno a me, e nemmeno quel canto che passa in bicicletta, quel viso che ti colpisce”.
Il canto come opposizione allo Scontento
Il “canto”, sebbene richiami inevitabilmente la grande tradizione poetica – da Giacomo Leopardi a Dante Alighieri – in Rondoni ha un significato più ampio, quasi popolare. Non è solo forma alta, ma gesto vitale, atto di resistenza. Allo stesso modo, lo scontento può essere vinto non con la forza, ma con un atto di voce, di vita, di presenza.
“Uccidilo nel sonno, con baci, salmi, ritornelli banali, un nome di donna, alba furiosa. Non farlo entrare nel tuo parlare: se ti apre i suoi occhi addosso, potrebbe essere tardi per ogni cosa”.
Una resistenza che passa attraverso gesti minimi, quotidiani, apparentemente fragili, ma capaci di riaprire lo spazio della vita. Il libro è un’opera complessa, stratificata, leggibile a diversi livelli. E si inserisce in un percorso più ampio dell’autore, che negli ultimi anni ha interrogato con forza il tema della natura per arrivare oggi a un nodo ancora più urgente: lo scontento e la necessità di opporvisi.
La domanda che attraversa questi canti, allora, è inevitabile: da quale esperienza nasce questa urgenza? Da quale attraversamento prende forma questa lotta?
Forse è proprio qui che il libro trova la sua verità più profonda: non offre una risposta definitiva, ma espone una necessità. Quella di combattere.











